INTERGENERAZIONALE
Memoria, trasformazione e continuità
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Ogni numero parte da una parola sola. Oggi avevo bisogno di una parola che raccontasse qualcosa di molto semplice e molto difficile allo stesso tempo: il momento in cui una storia non appartiene più a una sola età della vita. La parola oggi è INTERGENERAZIONALE.
Intergenerazionalità come esperienza: quando una storia attraversa più generazioni e cambia significato a seconda di chi la guarda. Intergenerazionalità è quando una stessa storia diventa tre storie diverse, nello stesso momento. Vediamo come.
Iniziamo da Bluey
Bluey è una serie animata australiana che ha presto conquistato un pubblico globale molto più ampio di quello per cui, almeno in apparenza, era stata pensata. L’idea nasce dall’esperienza personale del suo autore, Joe Brumm, che ha osservato a lungo le sue figlie mentre giocavano e ha deciso di trasformare quei piccoli momenti domestici in storie. Il risultato è un prodotto che segue la quotidianità di una famiglia di cani Blue Heeler attraverso lo sguardo della figlia maggiore, Bluey: giochi inventati sul momento, avventure in casa, piccoli conflitti e grandi scoperte. A prima vista sembra il racconto leggero di un’infanzia felice; in realtà, episodio dopo episodio, Bluey costruisce qualcosa di più profondo. Il gioco diventa un dispositivo narrativo attraverso cui si parla di empatia, frustrazione, crescita e relazione tra genitori e figli. Non sorprende che la serie sia stata accolta con entusiasmo sia dai bambini che da molti adulti, che vi riconoscono una rappresentazione sorprendentemente onesta della vita familiare.
Il primo episodio che ho visto è stato Baby Race. La madre di Bluey, Chilli, racconta alle figlie quando lei era una cucciola e stava imparando a camminare. Attorno a lei altri cuccioli sembrano raggiungere ogni traguardo prima: gattonano, si alzano, fanno i primi passi. Chilli osserva e comincia a sentirsi inadeguata. È una sensazione molto familiare a chi ha figli oggi: quella di partecipare a una gara invisibile, in cui i tempi dello sviluppo sembrano diventare una classifica da confrontare continuamente. Alla fine Bluey cammina quando è pronta, e il messaggio è semplice ma potentissimo: ogni cucciolo ha il proprio tempo. Guardando quell’episodio, da neomamma Millennial quale sono, alle prese con un flusso infinito di informazioni e aspettative, mi sono accorta che il vero tema era sì la crescita dei bambini, ma sopratuttto la pressione degli adulti. E così, Bluey insegna agli adulti come rallentare.
Una laboratorio culturale
Ho capito la portata culturale del fenomeno Bluey quando mi sono imbattuta su Facebook nella community Adult Bluey Fans Club, che raccoglie centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo. Si tratta di una comunità che analizza, discute, interpreta. Molti post sono dedicati a commentare episodi e personaggi, cercando di individuare i messaggi educativi nascosti nelle storie. Alcuni genitori raccontano come la serie li abbia aiutati a gestire momenti difficili con i figli; altri condividono riflessioni su come sarebbe stato crescere con modelli genitoriali simili a quelli rappresentati nel cartone. In altri casi ancora emergono testimonianze sorprendenti: Bluey utilizzato come strumento per comunicare con figli autistici o come occasione di dialogo con genitori anziani affetti da Alzheimer.
Per chi studia i fenomeni culturali contemporanei come me, queste comunità sono miniere di informazioni. È qui che entra in gioco l’etnografia digitale: una metodologia nata negli anni Novanta che applica gli strumenti dell’antropologia allo studio delle comunità online. Osservare le conversazioni, analizzare i contenuti generati dagli utenti, individuare pattern linguistici e temi ricorrenti permette di ricostruire il sistema di valori condiviso da un gruppo. In questo tipo di lavoro non sono i grandi numeri a essere interessanti, ma i dettagli: piccoli indizi disseminati nei commenti, nelle immagini condivise, nei modi di raccontarsi. Sono quelli che chiamo small data, tracce sottili ma densissime di significato. Nel caso di Bluey, uno degli esempi più curiosi è la caccia collettiva ai cosiddetti long dog: piccole sagome di bassotto nascoste dagli autori nelle scene degli episodi. I fan passano ore a cercarle e a segnalarle nei gruppi, trasformando la visione della serie in una specie di gioco collaborativo. Non è solo intrattenimento: è partecipazione narrativa, il segno che una storia è riuscita a creare un linguaggio condiviso tra le persone che la guardano.
Prima c’era Bim Bum Bam
Se penso alla mia infanzia, prima di Bluey c’era Uan. Un pupazzo rosa con il sopracciglio fucsia, mascotte del programma televisivo Bim Bum Bam, che per anni è stato il mio appuntamento quotidiano davanti alla televisione. Il programma alternava sketch, giochi e rubriche educative, ma soprattutto cartoni animati. C’erano le partite interminabili di Holly e Benji, i villaggi nascosti dei Puffi, le avventure romantiche di Kiss Me Licia, le storie epiche di Lady Oscar. Molti di quei cartoni erano anime giapponesi, importati in Italia negli anni Settanta e Ottanta perché costavano meno da acquistare rispetto alla produzione di contenuti originali e permettevano di riempire facilmente interi palinsesti televisivi.
Eppure il motivo per cui quegli anime sono rimasti nella memoria collettiva non è tanto economico quanto emotivo. Quei cartoni erano seguiti non solo dai bambini, ma anche da adolescenti e adulti, creando un pubblico molto più ampio di quello previsto. Oggi molti di coloro che li guardavano da piccoli li rivedono insieme ai propri figli. Nostalgia, direte voi. Ma in realtà è sopratutto un gesto di continuità culturale. Le storie che attraversano più generazioni diventano una lingua condivisa, una sorta di archivio emotivo comune. È lo stesso meccanismo che oggi vediamo con Bluey. Quando una storia riesce a parlare a più età della vita contemporaneamente, smette di essere soltanto intrattenimento e diventa un ponte tra generazioni.
Il segnale da osservare
È proprio qui che emerge il vero segnale interessante per chi osserva i fenomeni culturali. Quando una storia attraversa le generazioni, cambia funzione: diventa uno spazio di interpretazione condiviso. I bambini vi trovano il gioco e l’avventura; i genitori vi riconoscono la fatica e la bellezza della cura; gli adulti vi leggono il riflesso della propria infanzia. Lo stesso contenuto produce esperienze diverse a seconda dello sguardo che lo attraversa.
Questa stratificazione è ciò che rende alcune storie durature nel tempo. Non restano identiche: si trasformano insieme alle persone che le guardano. Gli adulti vedono significati che da bambini non avevano colto; i bambini scoprono storie che per gli adulti sono già memoria. In questo scambio continuo tra passato e presente nasce qualcosa di raro: un terreno comune tra generazioni diverse. È il momento in cui una storia smette di appartenere a un’età specifica della vita e diventa un piccolo laboratorio culturale, capace di tenere insieme tempi diversi nello stesso spazio narrativo.
P.S.
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