PROVA
Se non vedo non ci credo.
Dati sensibili è la newsletter di BUNS che arriva due volte al mese, il 7 e il 21. Ogni numero parte da una parola sola. Oggi la la parola è PROVA, come dimostrazione che qualcosa esiste davvero. Per anni abbiamo creduto alle parole, alle dichiarazioni, ai comunicati, alle promesse. Oggi no, soprattutto con le piattaforme social a portata di mano, oggi vogliamo vedere.
Anche la guerra.
Nelle ultime settimane un buon numero di persone hanno cercato su TikTok video di Dubai. È davvero sotto attacco? Luci nel cielo, rumori lontani, persone che filmavano dalle finestre. Clip brevi, instabili, difficili da decifrare. Le persone non stanno discutendo cosa stia succedendo. Stanno cercando di capire se sta succedendo davvero. E questa è una cosa nuova, o almeno nuova nella sua intensità.
Dubai è sempre stata raccontata come una superficie perfetta: grattacieli, lusso, controllo, sicurezza. Un luogo costruito anche per essere immagine. Quando quell’immagine si incrina (anche solo per pochi secondi, anche solo in un video incerto di qualche italiano che sta cercando di tornare in patria) la reazione non è immediatamente credere o non credere. È cercare altre prove. Come se la realtà, per essere reale, dovesse essere confermata da più sguardi contemporaneamente.
Il mondo come verifica continua
Questo movimento, ovvero vedere qualcosa e cercarne subito conferma, sta diventando un riflesso automatico. Riguarda tutto. Un influencer che racconta la sua vita. Un brand che prende posizione. Un contenuto troppo perfetto. Ogni volta scatta una domanda silenziosa: ok, ma è vero?
Per anni abbiamo costruito la fiducia attraverso il linguaggio. Le aziende dichiaravano valori; le persone raccontavano chi erano. Tutto passava da una forma di spiegazione. Poi le parole sono diventate facili. Scrivere un messaggio giusto, inclusivo, ben calibrato, oggi è alla portata di tutti (grazie intelligenze artificiali). Basta un minimo di attenzione, o un buon prompt. E quando qualcosa diventa facile da replicare, perde peso perché non è più prova di nulla. Puoi dire qualsiasi cosa.
Quello che stiamo cercando, in fondo, sono indizi. Qualcuno l’ha chiamata visceral validity: una validità che si sente nel corpo, prima ancora che nella testa. Qualcosa che non ha bisogno di essere spiegato, perché lo riconosci subito.
Il ruolo del data humanism
Se guardiamo bene, questo bisogno di prove non riguarda solo i grandi eventi o le immagini lontane, ma entra in modo molto più sottile nel modo in cui leggiamo le persone, i dati, perfino le storie che raccontiamo su noi stessi. Lo si vede benissimo nel pezzo di Valentina Piacenza La fragilità della reputazione pubblica nell’era dei social, dove basta una sequenza di contenuti, una clip decontestualizzata, un’accelerazione improvvisa dell’attenzione per incrinare qualcosa che sembrava stabile da anni: la reputazione non crolla perché emerge una verità, ma perché cambia la percezione, perché si rompe la fiducia e improvvisamente tutti iniziano a cercare prove, a rileggere ogni dettaglio, a stratificare segnali fino a costruire una nuova narrazione.
Ed è esattamente qui che si innesta il lavoro di BUNS. In Data Humanism: osservare la stratificazione dei dati come una sezione geologica si dice chiaramente che i dati sono un paesaggio fatto di livelli sovrapposti (decisioni, comportamenti, interpretazioni, infrastrutture) e allora anche la prova non è mai una cosa sola, ma un insieme di tracce che leggiamo come se stessimo scavando dentro qualcosa.
E quando proviamo davvero a progettare con questi dati, ci accorgiamo che non basta più raccogliere informazioni: bisogna restituire senso, costruire contesti, tenere dentro le contraddizioni. In fondo è questo il punto: stiamo cercando prove perché viviamo dentro sistemi così complessi che una singola versione non ci basta più. Abbiamo bisogno di vedere le cose da più angoli, di accumulare segni, di sentire che sotto la superficie c’è qualcosa di vivo. E forse è per questo che oggi una prova funziona solo quando si incastra con tutte le altre, quando diventa parte di una stratificazione che, anche se non è perfetta, almeno ci sembra abitabile.

