RIFARE
Sentirci ancora a casa
Dati sensibili è la newsletter di BUNS che arriva due volte al mese, il 7 e il 21. Ogni numero parte da una parola sola. Dopo tensione, bipolare, sintetico e interpretazione, avevo bisogno di una parola che raccontasse cosa facciamo quando il passato ritorna. O meglio: quando siamo noi a riportarlo indietro, a modo nostro.
La parola oggi è RIFARE. Non nel senso di ripetere, non nel senso di ricopiare. Rifare come riportare alla vita qualcosa che non c’è più, sapendo che non tornerà mai identico. Rifare è il lavoro invisibile che facciamo ogni volta che proviamo ad assomigliare, anche solo un po’, a un’immagine che abbiamo amato.
Rifare è: memoria + necessità + desiderio.
La tuta con due strisce
Alle elementari molti dei miei compagni indossavano le tute Adidas. Quelle vere: le tre strisce identiche lungo i lati dei pantaloni, le giacche abbottonate, il blu elettrico, l’aura streetwear che arrivava dritta dalla televisione. Erano anni in cui tutto sembrava filtrato dagli schermi: i videoclip delle Spice Girls, il basket NBA, l’hip hop che entrava nelle camerette con la naturalezza di un ospite fisso.
Io le guardavo, quelle tute, con un misto di desiderio e distanza. Finché un giorno mia madre, storicamente allergica al conformismo, me ne comprò una al mercato. Due strisce, non tre. Un quasi-qualcosa.
Era un tarocco, certo. Ma addosso, davanti ai miei compagni, funzionava.
Non perché fosse originale, ma perché trasportava l’intenzione: volevo far parte del gruppo, volevo riconoscermi dentro un’estetica che non avevo inventato io ma che mi chiamava. Non stavo copiando: stavo rifacendo. E rifare, per un bambino, è il primo modo di diventare qualcuno.
Rifare come movimento culturale
Quella tuta tarocca, col suo sforzo tenero di assomigliare a una cosa più grande, è esattamente ciò che succede oggi quando riprendiamo gli anni Novanta e li rimettiamo in circolo. La moda athleisure che torna dopo la pandemia. I Casio G-Baby rilanciati con Pikachu. I cosmetici ispirati a Sailor Moon, Hello Kitty, Barbie. Le pellicce sintetiche, i bomber oversize, i gilet imbottiti. I TikTok pieni di Backstreet Boys, lettori di cassette, telefoni con l’antenna. Non stiamo ricordando gli anni Novanta: stiamo rifacendo gli anni Novanta. Li stiamo remixando, reinterpretando, caricando di un significato che allora non c’era. Li usiamo come ancora emotiva in un tempo che di ancore ne ha poche.
Perché rifacciamo sempre le stesse cose
Una parte del motivo è psicologica: si chiama retrospective bias. Quando guardiamo indietro, i nostri ricordi diventano più morbidi. Ci convinciamo che quella fosse un’epoca più facile, più stabile, più leggera. Non è vero, ma è una bugia utile. Gli anni Novanta erano pieni di ombre, ma oggi li leggiamo attraverso la lente di un mondo che, da allora, ha avuto crisi economiche, terrorismo, pandemia, una digitalizzazione totale che non permette più di “staccare”, un’accelerazione sociale che ci ha tolto la sensazione di avere tempo.
Rifare il passato non è nostalgia.
È strategia di coping.
Rifare come gesto memetico
Il remake non è un’imitazione. È una variazione.
È l’atto con cui un’idea rimbalza da una persona all’altra, si deforma, si espande, cambia pelle, si adatta alle nuove regole del tempo. È ciò che rende i meme vivi. È ciò che rende una cultura memetica.
Gli anni Novanta hanno una qualità memetica fortissima: sono fatti di oggetti, suoni, colori e personaggi che si trasformano facilmente in simboli, ricordi, estetiche replicabili. Sono facili da rifare. E nei social di oggi - dove tutto deve circolare, moltiplicarsi, diventare citazione - questa qualità è oro. Rifare è partecipazione, è appartenenza.
Rifare come dato sensibile
Se guardiamo bene, rifare non è un gesto collettivo astratto: è una cosa che facciamo anche da soli, nelle piccole scelte quotidiane. Il modo in cui ripetiamo outfit che ci hanno fatto sentire sicuri. Il modo in cui rifacciamo playlist che ci hanno consolato. Il modo in cui riscriviamo versioni più gentili, o più eroiche, dei nostri ricordi. Il modo in cui anticipiamo un futuro rifacendo un passato che non abbiamo mai vissuto davvero.
Rifare non è tornare indietro: è tornare a ciò che ci sostiene. E questo è, profondamente, un dato sensibile: dice qualcosa della nostra storia, del nostro desiderio, della nostra paura.
Allora che cos’è davvero rifare?
È un ponte, è il tentativo di costruire continuità in un mondo frammentato. Ed è anche la forma che prende la nostra memoria quando cerca sicurezza. È come indossare una tuta con due strisce sapendo che è quella che ti permette di entrare nel campo da gioco. Rifare è l’arte di non essere esattamente come allora e al contempo abbastanza simile da sentirci ancora a casa.




Il mio tarocco degli anni '90 erano le dr martens, che indossavo con un misto di vergogna che non fossero originali e con l'intenzione di cui parli nell'articolo, stavo rifacendo anch'io senza saperlo.